IL GIARDINO DEI CILIEGI

Non accade nulla in quella campagna russa. E questo è già comico. E tragico. Nelle pieghe di quel nulla, c'è tutto il senso della vita e della morte, del Tempo e della Storia che cambiano cose e persone. Un'allegoria. Un classico della letteratura drammatica. Una tragicommedia che sa di angoscia e di futilità. Con Il giardino dei ciliegi, Anton ?echov giunge al suo parossismo lirico e ironico: l'autore morirà pochi mesi dopo, in terra tedesca.
Acuto osservatore del rovinoso declino intellettuale e morale della società russa, ?echov anticipa caratteri e temi del moderno teatro novecentesco e lo fa ricostruendo un'atmosfera tinteggiata di rosa, come le mille sfumature del fiore, come la mutevole personalità di Ljuba.
Il giardino dei ciliegi è la storia - costantemente sul filo del ridicolo - di una famiglia di proprietari terrieri decaduti, costretti a vendere la tenuta per far fronte a quella congenita inabilità al lavoro e alla vita pratica che di lì a poco ne decreterà l'estinzione storica.
Eterna dialettica tra vetusta aristocrazia e una classe sociale senza scrupoli, dunque, ma anche viaggio dalla bellezza alla deturpazione fisica e spirituale. Perché quel "giardino" verrà estirpato. Perché quella paralisi della campagna è l'inettitudine che, squarciando le trame del testo, penetra nelle fibre dell'esistenza di tutti i personaggi, ritratti con un'attenzione quasi morbosa per il dettaglio psicologico, aberrante e rivelatore, senza distinzione di ceto o di età. Le geometrie che disegnano tutti i loro incontri, descrivono, infatti, una serie di crudeli, goffi fallimenti, l'attitudine rassegnata e dolente di fronte a un ineluttabile sempre sottinteso.
Un teatro, insomma, modellato sul tragico quotidiano, sul sentimento della "mancanza", sulle minute pene dell'esistenza umana che celano l'incapacità di trovare una ragione di vita. La casa di Ljuba è anzi il Teatro; e il suo passato è "il giardino": la memoria, la vita che se ne è andata irrimediabilmente.
Risiede qui tutta la forza tragicamente comica del dramma, ignorata a suo tempo da Stanislavski nella sua lettura a forti tinte. D'altronde, l'autore sfugge a qualsiasi etichetta. Grotteschi sono i personaggi che cercano di bloccare il tempo e assurda rimane la stesa inarrestabilità del tempo: ?echov scrive prendendo tutti in giro e utilizzando un'ironia - agile e dolorosa - che serve e ci serve sulla scena, come in nessun altro testo.
Rappresentata per la prima volta il 17 gennaio 1904, ma composto nel corso di diversi anni, quando ?echov alternava periodi di spensieratezza a momenti di frustrazione e d'indolenza, la pièce è ancora oggi un documento sulla velocità con la quale le nostre culture, da quella "di classe", filosofica e artistica, a quella "pragmatica", si perdono e si polverizzano lungo il corso dei secoli.
Quasi un'ossessione per il regista Giuseppe Dipasquale, che continua la sua riflessione sui sistemi sociali e sui giochi fatui del potere, iniziata la scorsa stagione con Erano tutti miei figli. Dal melo infranto del giardino milleriano ai ciliegi abbattuti di ?echov, dunque, il passo è breve. Un atteso ritorno al Teatro Stabile, dove il capolavoro russo mancava dal 1985, quando fu Ida Carrara a ricoprire i panni della volubile Ljuba.

Le date
Dal 2 al 18 maggio Catania, Teatro Verga

Biglietti a partire da 21.80 €ACQUISTA I BIGLIETTI

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